Testi di Enrico Guerrazzi e Paolo Volpato
Note generali...
Osservando l'odierna linea di separazione tra le regioni Trentino e
Veneto nel tratto che da Rovereto, per gli altipiani di Folgaria e Lavarone/Vezzena
porta a Cima Manderiolo, balcone naturale sulla Valsugana, si possono
notare le diverse strade che attraverso le valli collaterali della Val
d'Astico e l'Altipiano dei Sette Comuni portano, da un lato ad Arsiero
e dall'altro ad Asiago, a pochi Km. dall'inizio della pianura veneta
all'altezza di Schio, Thiene e Bassano.
Se si considera che l'attuale linea di separazione tra Trentino e Veneto
coincide praticamente con la Frontiera 1866-1918 tra l'Impero Austro-Ungarico
e il Regno d'Italia, si può capire l'importanza strategica che
aveva la zona considerata, in una eventuale guerra, sia per una discesa
degli austriaci dal Sud-Tirol verso la ricca pianura veneta, sia per
uno sfondamento verso Trento e Bolzano dell'Esercito italiano (in effetti
questa ipotesi non fu praticamente mai considerata dallo Stato Maggiore
Italiano che considerava fronte strategico di attacco quello dell'Isonzo
e fronte di difesa attiva quello trentino meridionale). Sin dagli inizi
del XX secolo, nonostante la alleanza politica e militare delle 2 Nazioni,
entrambe nella Triplice Alleanza (assieme alla Germania), si pensò
soprattutto da parte austriaca e in conseguenza anche da parte dell'Italia,
a fortificare con potenti manufatti blindati quel tratto di frontiera.
Furono costruite due cinture di Forti al di qua e al di là del
confine, con obiettivi contrapposti. Queste potenti strutture artificiali,
costate ingenti capitali, furono soggetti della vicenda bellica della
Grande Guerra per poco più di un anno. Inizialmente, durante
lo "sbalzo iniziale" che portò le fanterie italiane
al di sotto delle potenti mura dei Forti austriaci (senza mai oltrepassarle
però), con veri e propri duelli di artiglierie tra i Forti italiani,
ma soprattutto tra i grossi calibri di assedio postati nelle vicinanze
e i Forti austriaci che subirono rovine imponenti. A parti invertite,
nel Maggio 1916, all'inizio della Stafexpedition, furono i Forti italiani
a subire distruzioni pressoché totali a causa dei colpi delle
artiglierie austriache postate al di fuori dei manufatti blindati, con
calibri di potenza spaventosa (305, 381 e addirittura 420 mm).
Con il Giugno 1916, quello che rimaneva delle potenti fortezze entrò
in un periodo di letargo, senza più notorietà nei successivi
bollettini di guerra.
Dopo gli anni 30 del secolo scorso i Forti riacquistarono qualche importanza
per le locali popolazioni, che attraverso il recupero e la vendita delle
grandiose strutture metalliche, fecero degli stessi una delle fonti
di sostentamento familiare, in un periodo di miseria e di sottosviluppo.
Le grandi distruzioni riscontrabili purtroppo oggi nella maggioranza
dei Forti, furono effetto di questa demolizione "non bellica".
Quasi tutti i Forti, alcuni dei quali avevano subito "dignitosamente"
le tempeste di fuoco dei proiettili nemici, furono ridotti in ruderi
dalla dinamite dei "recuperanti".
I forti austriaci...
Gli altipiani di Folgaria e Lavarone furono, agli inizi del '900, oggetto
di studio di possibili operazioni militari verso l'Italia, del Capo
di Stato Maggiore austriaco, feldmaresciallo Conrad von Hoetzendorf.
Conscio dell'importanza strategica del possesso di queste montagne che,
se perdute, avrebbero spalancato le porte agli italiani per una avanzata
verso Trento, provvide a farvi costruire dal 1907 al 1914, una serie
di fortificazioni che dovevano servire quale opera primaria difensiva
del Tirolo meridionale e successiva base di attacco verso la pianura
veneta.
Tutti i Forti furono collaudati per resistere ai più potenti
proiettili di artiglieria, financo ai 240 e 305 mm. La linea di difesa
comprendeva 4 fortificazioni permanenti sul lato occidentale, Dosso
del Sommo, Sommo Alto, Cherle e Belvedere, una centrale, Luserna e due,
Verle e Pizzo di Vezzena, sul lato orientale. Il sistema era completato
da un osservatorio a Monte Rust, tra Carbonare e Lavarone-Chiesa nel
punto dal quale si gode una visione completa dello schieramento delle
fortezze austriache. Nell'intervallo tra i Forti correvano trincee con
capisaldi, postazioni di mitragliatrici e pezzi di artiglieria da montagna
e campali, alimentate da ben pensate linee logistiche, che fecero di
questa cintura difensiva una barriera pressoché inespugnabile
per le truppe italiane.
- Forte Dosso del Sommo (o Forte Serrada, Werk Serrada, Dosso delle
Somme)
Costruito dal 1909 al 1914 a quota 1670, sul bordo meridionale dell'altipiano
di Serrada a Sud della Martinella, aveva l'obiettivo di battere la Val
Terragnolo, il Pasubio, il Passo della Borcola e il costone tra Monte
Maggio e Costa d'Agra. Era costruito a profilo radente, in calcestruzzo
compresso, con copertura dello spessore di 2-2,5 metri armata con graticciato
di ferro e putrelle a doppio T. Era armato da 4 obici da 10 cm. Su cupole
blindate d'acciaio girevoli divise in 2 semibatterie: 2 cupole sulla
copertura del tetto del blocco casamatte e 2 cupole e 1 osservatorio
su un blocco più avanzato collegato al 1° da una "poterna"
(galleria rinforzata in calcestruzzo). Completavano la difesa del Forte
piccole casamatte in acciaio con 22 mitragliatrici e 2 cannoni da 6
cm. per la difesa ravvicinata contro fanterie, oltre a imponenti campi
di reticolati e trincee laterali.
Il Forte tenne validamente testa alle batterie italiane nel Maggio-Giugno
1915 e costituì uno dei trampolini di lancio della Strafexpedition
nel Maggio 1916.
Oggigiorno è ridotto a rovina, ove sono però ancora distinguibili
i muri della casamatta principale ed è leggibile il lay-out principale
della fortificazione.
- Forte Sommo Alto (Werk Sommo)
Costruito tra il 1909 e il 1914 a quota 1613, per controllare il confine
tra Costa d'Agra e Osteria Fiorentini. Era armato con 2 obici da 10
cm in cupole girevoli postate direttamente sul blocco casamatte, assieme
ad una torretta di osservazione. Intorno si stendevano le difese campali
accessorie comprendenti trincee e reticolati e 5 fortini infossati armati
con mitragliatrici e collegati al blocco centrale da gallerie sotterranee,
per la difesa ravvicinata.
- Forte Cherle (Forte San Sebastiano, Werk Sebastiano)
A soli 2 Km dal confine, integrava il Forte Belvedere costruito al di
là del solco dell'Astico e si collegava al Sommo Alto per il
controllo del tratto di fronte nella parte orientale dell' altipiano
di Folgaria. L'armamento principale consisteva in 4 obici da 10 cm in
cupole girevoli poste in un apposito blocco batterie che comprendeva
anche 2 postazioni fisse per mitragliatrici, mentre retrostante, era
il blocco casamatte dotato di un osservatorio corazzato girevole e di
una postazione corazzata per difesa ravvicinata. La difesa del Forte
era completata anche da cannoni da 8 e da 6 cm in postazioni protette
dotate anche di mitragliatrici.
Il Forte fu pesantemente bombardato dall'artiglieria italiana nell'estate
1915.
Forte Belvedere (Werk Gschwendt)
Era il Forte più avanzato verso le linee italiane e anche uno
dei Forti più muniti dell'intera cintura. Esso aveva come obiettivo
principale quello di interdire l'avanzata italiana attraverso la Val
d'Astico. Posto su uno sperone a strapiombo sulla sottostante valle,
la chiudeva completamente attraverso il collegamento "a tenaglia"
con il Forte Cherle posto sulla sponda occidentale della stessa. Fu
costruito tra gli anni 1908 e 1914 ed è l'unico ancora in buono
stato e visitabile.
L'opera comprendeva un blocco casamatte con gli alloggi, i depositi
e tutti i servizi e un blocco batterie separato e collegato a quello
casamatte da 2 gallerie. Davanti al blocco batterie era ricavato un
ampio e profondo fossato difeso da un "cofano di controscarpa"
e tutto il complesso era circondato da ampie fasce di reticolato. L'armamento
principale comprendeva 3 obici da 10 cm in cupole di acciaio girevoli.
Un cannone da 6 cm e alcune mitragliatrici erano posti all'ingresso,
per difendere gli accessi da Lavarone. Altri cannoni di piccolo calibro
e 22 mitragliatrici (in totale) completavano l'armamento per la difesa
da attacchi delle fanterie, che in effetti non ci furono mai.
Il Forte fu battuto pesantemente dall'artiglieria italiana nel Maggio/Giugno
1915, ma fu sempre in grado di sostenere la sua funzione e fu uno dei
principali appoggi per la successiva Strafexpedition.
I Forti dell'altopiano di Vezzena
Della cintura di fortificazioni fatta costruire da Conrad a ridosso
del confine per difendersi da eventuali attacchi italiani, i Forti della
piana di Vezzena sono indubbiamente quelli che più hanno sofferto,
dall'inizio della guerra fino alla Strafexpedition del 1916, degli attacchi
del Regio Esercito. Infatti la loro cattura avrebbe consentito agli
italiani di avvicinarsi sensibilmente alla città di Trento e,
inoltre, il possesso della piana di Vezzena e delle cime sovrastanti
sarebbe servito quale valido appoggio per una seguente azione bellica
in Valsugana, posto che la tattica militare dell'epoca voleva prima
la conquista delle cime per poi procedere con risoluzione per le valli.
E pertanto i Forti Luserna, Verle e Pizzo di Vezzena furono le fortificazioni
austriache che piu subirono i colpi della nostra artiglieria e furono
tenuti a prezzo di inauditi sacrifici, con episodi di chiaro valore
militare, dalle truppe imperiali.
Forte Luserna
(Forte Campo di Luserna, Werk Luserna)
Aveva il compito principale di cooperare con il Forte Verle e con le
opere campali di Costalta per sbarrare il passo ad una avanzata verso
Monterovere e Lavarone dalla direzione Verena-Campolongo.
Costruito in calcestruzzo armato, come la maggio parte dei Forti austriaci
moderni, aveva 4 obici da 10 cm in cupole blindate girevoli, con una
quinta cupola, fissa, che ospitava l'osservatorio.L'armamento era completato
da cannoni di piccolo calibro e numerose mitragliatrici postati in ben
munite posizioni campali e fisse, blindate.
Collegato attraverso una fitta rete di trinceramenti, i più importanti
dei quali quelli del Monte Basson e di Millegrobe, ai vicini Forti Verle
e Pizzo di Vezzena, il Forte Luserna rischiò di passare alla
storia come l'unica fortezza catturata dal nemico. Chiamato dagli austriaci
Forte di Cima Campo, è situato sull'omonima cima, all'altezza
di 1549 metri, sopra l'abitato di Luserna, caratteristico paesino cimbro
sovrastante la Val d'Astico. Era uno dei Forti più muniti dell'intero
fronte, ma questo non gli impedì di essere il punto debole della
catena. Ferocemente cannoneggiato per giorni e giorni all'inizio delle
ostilità ( in 4 giorni fu colpito da circa 5000 colpi di cannone)
la sua quasi demolizione indusse (28 Maggio 1915) il comandante ten.
Nebesar, previo consiglio di guerra, ad adottare le procedure regolamentari
di resa, con in ultimo l'esposizione di lenzuola bianche. La gravità
del gesto e la seguente paventata occupazione del Forte, che avrebbe
fatto cadere per aggiramento le posizioni austriache sulle Vezzene,
costrinsero il laterale Forte Verle ed il retrostante Forte Belvedere
a cannoneggiare le posizioni antistanti e il Forte stesso, distruggendo
le bandiere bianche e frenando l'incipiente avanzata italiana. Subito
dopo, ripristinata la situazione con l'aiuto di volontari, venne destituito
e arrestato il comandante e riportata la guarnigione al Forte, che si
preparerà a subire il nuovo assalto italiano dell'Ottobre successivo.
I 4 obici del Forte furono impiegati, per l'ultima volta, nel Maggio
1916 in appoggio all'offensiva.
A ricordo dei caduti di quest'azione, ancor'oggi resta una colonna innalzata
in quel lontano anno.
Il Forte si presenta al visitatore odierno in pessimo stato, segno della
furia distruttrice che gli si scagliò contro (e dell'azione dei
recuperanti!) .Peraltro, rimane ancora ben visibile la conchiglia fossile
sovrastante la porta d'ingresso, in qualche modo simbolo di riconoscimento
fra tutte le fortificazioni austro ungariche.
Forte Verle
(Forte Busa di Verle, Werk Verle)
Alle pendici del Pizzo di Vezzena venne costruito, tra il 1907 e il
1913, il Forte Verle, forse la più conosciuta delle fortezze
grazie alla narrazione di Fritz Weber nel suo libro di ricordi. Posto
all'altezza di m 1504 in posizione dominante il Passo di Vezzena, aveva
il compito, assieme ai vicini trinceramenti del Basson, di sbarrare
la strada proveniente da Asiago. Era armato con 4 obici da 10 cm in
cupole corazzate girevoli, da 2 cannoni da 8 cm in casamatta (Traditor)
rivolti verso il Forte di Luserna , da 4 cannoni da 6 cm e da una quindicina
di mitragliatrici per la difesa ravvicinata. Anche il Forte Verle, pur
rispondendo colpo su colpo con i suoi 4 obici, subì, all'inizio
delle ostilità, l'urto di circa 5000 colpi di medio e di grosso
calibro italiani. La guarnigione visse momenti drammatici, ma i profondi
trinceramenti antistanti la postazione e il gran numero di mitragliatrici
poste a sua guardia, difesero egregiamente il Forte dagli assalti della
fanteria italiana che, va detto, non aveva ancora esperienza delle tecniche
che il nuovo tipo di guerra imponeva agli attaccanti. Costantemente
rifornito, attraverso un camminamento coperto, dalla base logistica
di Monterovere, fu più volte riparato nei momenti di tregua e,
completamente riattivato, aiutò le truppe imperiali, nei giorni
20 e 21 Maggio 1916, durante le prime fasi dell'offensiva punitiva.
Impressionante, ancora oggi, la vista del terreno retrostante completamente
rimodellato dalle buche delle granate, mentre il forte è stato
ormai ridotto a rudere, preda dei recuperanti le parti in ferro.
Forte Pizzo
di Vezzena (Spitz di Vezzena, Werk Vezzena, Spitz Verle)
Il Forte Pizzo di Vezzena, è una costruzione ricavata nella roccia
sulla punta della omonima cima all'altezza di 1908 metri. Soprannominato
"l'occhio dell'altipiano", in realtà, sia per l'armamento
costituito da un cannoncino a tiro rapido e da mitragliatrici, sia per
la meravigliosa posizione geografica, svolgeva soprattutto funzioni
di osservatorio e di collegamento ottico. Ancora oggi , nelle giornate
di sereno, si distinguono benissimo a nord-ovest il ghiacciaio dell'Adamello
e le Dolomiti di Brenta, a nord la catena del Lagorai, con l'antistante
presidio del Panarotta, ad est le Vette Feltrine e del Primiero. A sud
si apre la piana di Vezzena e l'altopiano di Folgaria, con vista sul
fronte delle prealpi vicentine antistanti il Pasubio. E' peraltro innegabile
che, con l'aiuto degli obici del sottostante Forte Verle, la guarnigione
veniva a presidiare l'estremo punto Nord della linea delle fortificazioni,
con ciò sbarrando la via ad eventuali azioni aggiranti, di truppe
da montagna. Ed infatti così fu. Obiettivo degli attacchi degli
alpini del "Bassano", nei primi giorni di guerra del 1915,
la sua guarnigione riuscì a difenderlo dall'occupazione delle
fanterie, ma nulla potè contro i cannoni del Verena e di Porta
Manazzo. Ridotto in macerie, grazie a sentieri di arroccamento scavati
a strapiombo sulla Valsugana, rimase però sempre a disposizione
delle truppe austro ungariche e fu base di partenza per l'offensiva
del Maggio/Giugno 1916. Peraltro, stante la lontananza dalla prima linea
e visto l'elevato livello di disgregazione, non fu più riattivato
e cessò di essere un protagonista delle fasi successive di guerra.
I forti italiani...
Gli Italiani contrapposero agli Austriaci fortificazioni in genere
più deboli e meno protette, frutto di vecchie concezioni militari
e di antiquate tecniche di costruzione che non consentirono alle stesse
di avere un peso nelle sorti del conflitto.
Da Ovest a Est i Forti italiani: Forte Campomolon, Forte Campolongo,
Forte Verena e, più arretrati, Forte Casa Ratti e Forte di Punta
Corbin .
Anche gli Italiani completarono la prima linea con sapienti fortificazioni
campali, batterie, osservatori, tra Forte e Forte, che non impedirono
tuttavia la rapida avanzata nemica durante la Strafexpedition.
Forte
Campomolon
Il Forte non era stato ancora ultimato all'atto dell'inizio delle ostilità.
Accanto al Forte erano state tuttavia piazzate 2 batterie con 2 obici
da 280 mm ciascuna che, assieme alla batteria piazzata dietro Monte
Toraro e da quelle al Passo della Borcola, operarono validamente contro
le fortificazioni di Folgaria. Il sottotenente del Genio Italiano Paolo
Ferrario lo fece saltare durante la Strafexpedition, poco prima che
le avanguardie nemiche se ne impossessassero (18/19 Maggio 1916) perdendovi
la vita.
Forte
Campolongo
Il Forte Campolongo, anch'esso posto alla sommità del monte omonimo,
all'altezza di 1720 metri, può considerarsi il gemello del Verena,
sia per quanto riguarda l'armamento sia per le tecniche di costruzione.
Posto a strapiombo della Val d'Astico, godeva di una posizione naturale
anche migliore, incassato nella roccia calcarea della sommità
del monte, con ampia vista sugli Altipiani di Tonezza e Lavarone. Peraltro
subì la stessa sorte di forte Verena: colpito questo, la batteria
del 305 rivolse le sue attenzioni al forte Campolongo che, ripetutamente
colpito, dovette essere disarmato e abbandonato al suo destino. Scelsero
infatti i comandi militari italiani di privilegiare le postazioni di
artiglieria mobili a quelle fisse, essendo queste ormai inquadrate e
prese sotto il tiro dei potenti obici austro-ungarici. Anch'esso dal
1916 rimase in territorio nemico e inutilizzato fino alla fine della
guerra. La visita odierna del forte ci rende edotti sulle lacunose tecniche
di costruzione: abbellito con inutili fregi estetici, contornato il
tetto di un cornicione utile per il deflusso dell'acqua piovana, mostra
nei massi divelti dalle esplosioni il calcestruzzo privo di putrelle
di ferro, anzi con le traversine di legno ancora infisse nel cemento.
Le postazioni retrostanti sono prive di gallerie per il ricovero truppe,
così come sul Verena, mentre i resti di caserme e posti di guardia
ricordano al visitatore una concezione della guerra quale poteva essere
quella del secolo scorso e non alla prima guerra dell'epoca moderna
affrontata con il massimo sforzo tecnologico prodotto dal tempo.
Forte Verena
Al Forte Verena, posto ai 2015 metri della sommità dell'omonimo
monte, è attribuito l'onore di aver sparato, alle ore 4 del 24
maggio 1915, il primo colpo di cannone sul fronte italiano. Sicuramente
il miglior forte costruito dagli italiani, a prima vista solidamente
attaccato alla montagna, ha avuto diversi soprannomi, il più
famoso dei quali è "dominatore dell'Altopiano". In
effetti chi si reca oggi a visitarlo può rendersi ancora conto
della sua importanza come centro di osservazione sulle linee allora
nemiche: la piana di Vezzena si stende davanti con tutte le opere difensive
austroungariche: il forte Spitz di Vezzena, il forte Verle, il Basson,
il forte Luserna. In fondo lo sguardo spazia fino alle dolomiti di Brenta
e all'Adamello. Armato con quattro cannoni da 149 A, i suoi tiri, pur
disturbati dai venti degli alti spazi aperti, crearono problemi alle
truppe imperiali e contribuirono a infliggere gravi danni ai forti austriaci
Verle e Spitz Vezzena. Ma ciò durò poco. Il 12 giugno,
a soli venti giorni dall'inizio delle ostilità, un proiettile
di mortaio da 305, opportunamente messo in campo dagli austriaci per
smantellare le opere fisse italiane, riuscì a penetrare nella
fortezza e uccise il Cap. Marchetti assieme a 40 uomini. Dopo un'ora
dall'accaduto, un ignoto capitano fece riprendere il fuoco dai quattro
pezzi, ma, preso ormai sotto il fuoco di batterie ben nascoste, dopo
qualche giorno il forte Verena venne abbandonato e utilizzato fino al
1916 come osservatorio. Con l'offensiva austroungarica del maggio 1916
cadde in mano nemica e tale rimase fino alla fine della guerra. Due
lapidi oggi ricordano il sacrificio della guarnigione italiana.
Forte di
Punta Corbin (Forte Corbin)
Costruito negli anni 1906-1911 era armato con 6 cannoni da 149 A in
blinde girevoli. Al centro dell'opera principale vi era un osservatorio
corazzato. Una trincea bastionata per la difesa ravvicinata lo contornava
dalla parte accessibile. Completavano l'armamento un "cofano"
con 4 mitragliatrici e una opera minore nelle vicinanze.
Abbastanza ben conservato, il Forte Corbin, posto a strapiombo su uno
sperone di roccia della Val D'Assa, non ebbe un ruolo primario nell'ambito
delle vicende belliche. Troppo distante dalle posizioni di prima linea,
durante le prime fasi del conflitto fu addirittura disarmato e i cannoni
sostituiti con tronchi d'albero. Nonostante ciò, fu creduto efficiente
e fatto segno di colpi di artiglieria austriaca dal potentissimo 380
mm austriaco, chiamato "Barbara". Occupato, dal 47° Feldjäger
comandato dall'ufficiale austriaco Kliemann, il 29 maggio 1916, fu successivamente
rioccupato dagli italiani il 25 giugno dello stesso anno e venne usato
come alloggio truppe fino ad alcuni anni dopo la fine del conflitto.
Nei pressi del forte, su posizioni di retroguardia, durante la predetta
offensiva cadde ferito il S.Ten. Giani Stuparich, volontario triestino,
che circondato dal nemico preferì uccidersi piuttosto che cadere
prigioniero e finire sulla forca come traditore.
Forte
Casa Ratti
Casa Ratti non può dirsi propriamente un forte e in effetti già
il nome non la qualifica tale. A metà strada tra forte, tagliata,
caserma, la sua posizione geografica sulla stretta della Val d'Astico
detta "Barcarola" doveva consentirgli di sbarrare il passo
ad una eventuale avanzata nemica verso la pianura vicentina, in ciò
coadiuvata dal prospiciente e sovrastante forte di Punta Corbin. Armata
con tre cannoni da 149G, Casa Ratti non potè assolvere al suo
compito durante la Strafexpedition: aggirata alle spalle dagli austriaci,
che scesero su Arsiero dalla Val Posina e dal sovrastante Monte Cimone,
fu abbandonata dagli italiani e fatta saltare dall'ufficiale austriaco
artefice della mina sullo stesso monte Cimone nella ritirata seguita
all'offensiva del 1916. Venutasi a trovare sul nuove fronte di guerra,
che rimase inalterato fino alla sospirata pace, fu utilizzata come ricovero
truppe e ne sono testimoni ancor oggi le numerose gallerie scavate nel
1916 dalla fanteria italiana.