1915 - 1918 La Grande Guerra rappresentata -
di Daniele Girardini

Ormai più di ottant'anni ci dividono dalla Grande Guerra 1915-18, eppure questo dramma continua a riguardarci da vicino. In altri tempi più di trequarti di secolo voleva dire l'oblio e la leggenda, adesso invece è la misura minima di tempo per togliersi dalla cronaca e cominciare a scrivere la storia. In questa mutata prospettiva, contano diversi elementi, in particolare la vasta documentazione di quegli avvenimenti per questo oggi anche i più giovani, interessati all'argomento, possono averne un quadro vivo ed esauriente, inoltre in quest'ultimo periodo l'interesse per tal evento sembra essere cresciuto in maniera tempo addietro inimmaginabile. Ma se questo è il fattore più appariscente della presenza di un evento altrimenti remoto, custodito nella memoria degli ormai rarissimi superstiti, bisogna precisare che la Grande Guerra è stata un nodo politico e socioeconomico che ha originato molti altri eventi di cui stiamo ancora vivendone gli effetti: la fine degli Imperi centrali e come conseguenza l'insorgere in Germania del nazismo, da noi in Italia, sfortunati vincitori, il fenomeno analogo del fascismo con tutto quello che n'è seguito, l'intervento statunitense nelle questioni europee, la caduta dello zar e l'affermarsi del comunismo. E quindi, considerare l'importanza assunta da questo conflitto è fondamentale per una corretta conoscenza di tutta la nostra storia.
Di immagini di questa guerra, esaltata dai nazionalisti, esecrata da molti altri, ne esiste un numero enorme, grazie all'opera svolta durante il conflitto dal Reparto Fotografico del Comando Supremo del Regio Esercito e ad archivi e raccolte private. I tipi in cui si può dividere il patrimonio fotografico sulla Prima Guerra Mondiale sono grossomodo tre. Le fotografie ufficiali, quelle per intenderci pubblicate sui giornali e riviste dell'epoca, le fotografie scattate dai soldati, fotografi dilettanti, come ricordo e documentazione privata, le fotografie dei paesaggi delle zone operative per scopi puramente bellici e strategici.

Il Comando Supremo si preoccupò di organizzare tra il 1915 ed il 1918 un servizio fotografico affidato alla Sezione Fotocinematografica del Regio Esercito con lo scopo di fornire anche alle persone lontane dal fronte una testimonianza "reale" dello sforzo bellico sostenuto dall'Italia in questa guerra oltre che documentare con evidente celebrazione un momento storico così importante. La sezione fotografica era composta da quattro reparti operativi con compiti prevalentemente tattici e secondariamente documentari. Della prima sezione facevano parte le squadre di fotografi da campagna che agivano su terreno pianeggiante al seguito del Comando Supremo e delle Armate. La seconda sezione era composta da squadre di telefotografi da montagna. La terza sezione comprendeva squadre di fotografi d'assedio. La quarta infine si occupava della consegna del materiale per ricognizioni aeree dandolo in dotazione ai Comandanti di Sezione. Assieme a questo servizio fotografico fu creato naturalmente uno speciale ufficio di censura che selezionava le immagini scattate e ne concedeva il permesso per la loro diffusione. Gran parte di questo materiale iconografico era pubblicato dai periodici illustrati dell'epoca, come L'Illustrazione Italiana, La Domenica del Corriere, La Tribuna Illustrata, e nel Giugno del 1916 confluì nell'opera dei fratelli Treves La Guerra, in diciotto volumi di grande formato, su carta platinata, in vendita nelle librerie.
"Le immagini del soldato qualunque, dei ministri e generali in parata, degli strumenti di distruzione, degli interni delle trincee e delle fabbriche di munizioni - scrive Angelo Schwarz su la Rivista di storia e critica della fotografia (N° 1, Ottobre 1980, ed. Priuli & Verlucca) La Guerra rappresentata-erano finalizzate alla guerra e non la pace, non all'arbitrio delle masse dei loro fruitori" la guerra doveva in tal modo apparire mitica, sacra, nello stesso tempo cruenta solo quel poco che era considerato necessario per tenere acceso l'odio verso il nemico.
Abbiamo quindi, andando a sfogliare le pagine di queste riviste, delle belle immagini, spesso curate anche dal punto di vista dell'inquadratura, di movimenti di truppe, mezzi a disposizione dei combattenti, corvees in alta montagna, trincee, paesaggi, visite ufficiali dello Stato Maggiore a presunte prime linee etc. Fondamentale mi è sembrata a proposito una foto dello Stato Maggiore Italiano in prima linea, pubblicata sull'Illustrazione Italiana del Luglio 1915, nella quale sono stati chiaramente disegnati a mano gli scoppi delle granate per rendere più credibile il coraggio dei nostri generali. Classico esempio di mistificazione iconografica, in cui la fotografia non è più pura documentazione del reale ma al pari di qualsiasi altro mezzo di comunicazione, diventa strumento di propaganda, spacciando volute alterazioni del reale come autentiche testimonianze di fatti accaduti. E questo è sempre successo dove i governi hanno avuto un controllo diretto dell'informazione.

L'Illustrazione Italiana, assieme alla Domenica del Corriere ed alla Tribuna Illustrata, appartiene a quella serie di riviste che fecero dell'illustrazione, sia essa fotografica sia disegnata, il loro punto di forza. Edita dai fratelli Emilio e Guido Treves, L'Illustrazione Italiana si presenta come "rivista settimanale degli avvenimenti e personaggi contemporanei sopra la storia del giorno, la vita pubblica e sociale, scienze, belle arti, geografia e viaggi, teatri, musica, mode ecc.". Sfogliando le pagine della rivista, l'idea che si ha della guerra in corso è alquanto vaga e deformata. Per illustrare ad esempio, come dice la didascalia, "le prime operazioni ai confini, Maggio 1915" sono pubblicate delle bellissime vedute da cartolina che sembrano fatte più per promozione turistica che per documentare zone di guerra. Per tutta la durata del conflitto sulle pagine della rivista non si riesce a trovare un'immagine che ritragga sul terreno un morto identificato come italiano, nonostante che in questo solo periodo le fotografie concernenti il conflitto pubblicate fossero circa milleottocento. Le immagini dei caduti tuttavia ci sono, a centinaia anche, ma in forma di fototessera, già quasi tombali, ma queste immagini significano altra cosa poste così come sono -sottolinea Schwarz - indicano già la morte come mito. Le fotografie ufficiali del conflitto, filtrate oculatamente dalla censura di stato, sono tuttavia testimonianza di come si svolsero gli avvenimenti, anche se viste con occhio, non direi superficiale, ma piuttosto teso più ad alimentare i miti bellici e il patriottismo senza turbare più di tanto il grande pubblico dei lettori che della guerra avevano un'idea alquanto vaga ed ancora romantica.

Parlando di fotografi ufficiali e quindi specializzati, fondamentale mi sembra a proposito la figura di uno di loro, quel Luca Comerio che oltre che fotografo fu anche e soprattutto cineoperatore e cineasta tra i più importanti dell'inizio del secolo.
Nato a Milano nel 1878, lavorò giovanissimo come assistente nello studio di Belisario Croci, un pittore fotografo che gli insegnò i rudimenti dell'arte fotografica. Messosi in proprio nel 1894, ormai sicuro di aver imparato tutto quello che c'era da imparare, realizza il suo primo servizio riprendendo il re Umberto I° in visita a Como, e stampando una gigantografia di due metri e mezzo che invia poi al re, ricevendone in risposta un'ordinazione per altre cinque copie con i ringraziamenti e gli apprezzamenti di sua maestà. Fu presente a tutti gli avvenimenti storici più importanti dell'epoca: nel1898 scatta numerose foto dei moti socialisti di Milano e sulla loro repressione ad opera delle truppe del generale Bava Beccaris; nel 1907, imbarcato sul panfilo reale, documenta il viaggio del re nel Mediterraneo, il che gli frutta la nomina a fotografo della Real Casa, nel 1911 partecipa allo sbarco dei marinai italiani in Tripolitania. Nel 1915 allo scoppio della guerra è l'unico documentarista civile autorizzato ufficialmente a riprenderne le scene; nel 1920 documenta l'impresa di Fiume. Muore il 5 luglio 1940 dopo un lungo periodo di fallimenti e rovesci finanziari.
Appena scoppiata la prima guerra mondiale, Comerio, abbandonato il suo teatro di posa, si affretta a riprendere l'inizio delle operazioni militari, sia come fotografo sia come cineoperatore. Grazie all'esperienza ed alla fama acquistate in Libia, è l'unico civile, assieme ai suoi due aiutanti, uno dei quali resterà ucciso nel 1916 sul monte Calvario, ad essere autorizzato da un brevetto speciale del Ministero della Guerra ad effettuare riprese cinematografiche sui campi di battaglia, dando così il via al primo servizio ufficiale e moderno di cronisti di guerra. Dopo la disfatta di Caporetto nel 1917 viene costituita la Sezione Cinematografica del Regio Esercito che assume il monopolio delle riprese e da cui Comerio, in quanto civile, viene escluso. Malgrado questo è l'unico a riprendere nel 1918 l'entrata dei cavalleggeri italiani a Trento e l'attimo solenne in cui il tricolore viene innalzato sul Castello del Buonconsiglio. Tra i filmati più importanti ricordiamo: A tremila metri sull'Adamello, La battaglia di Gorizia, La battaglia tra Adige e Brenta. Oltre che essere degli inequivocabili documenti storici, la cui proiezione spesso è bloccata dalla censura militare che considera troppo "realistiche" le riprese, grande importanza assumono queste pellicole solamente pensando alle grandissime difficoltà che comportava la loro realizzazione sia per motivi tecnici sia logistici, uno per tutti il fatto che le scene pericolose dovevano essere riprese ad una distanza molto inferiore a quella di sicurezza, data la limitatezza delle lunghezze focali degli obiettivi dell'epoca. Oltre a Luca Comerio, sfogliando le pagine delle riviste citate, troviamo fotografie firmate da Arnaldo Fraccaroli del Corriere della Sera, Aldo Molinari dell'Illustrazione Italiana, così come di Biasin, Morasso, Pisculli ed altri ancora. Tutta gente mandata da qualche testata o meglio ancora appartenenti a qualche agenzia fotografica, che davano della guerra una testimonianza filtrata che contribuiva alla funzione che avevano i giornali dell'epoca, cioè rassicurare la popolazione dell'efficienza dell'armamento e dell'organizzazione dell'esercito italiano impegnato in guerra.
Accanto a questa schiera di fotografi che possiamo definire "ufficiali", operano al fronte i cosiddetti "soldati-fotografi". Questi dilettanti erano per lo più ufficiali dell'esercito che già prima del conflitto avevano usato l'apparecchio fotografico, appartenenti alle classi nobili e borghesi, in quanto le apparecchiature fotografiche avevano all'epoca un prezzo relativamente elevato che ne limitava l'acquisto solamente a certe categorie sociali. Di questi fotoamatori possiamo distinguere alcuni tipi di produzione fotografica: il primo e la mera registrazione di momenti ritenuti gradevoli come la tregua, il riposo, la compagnia dei commilitoni; queste immagini vengono spedite ai parenti a casa e raccolte in album come fossero normali fotografie di gite o scampagnate. Un altro tipo di immagine è quella paesaggistica, le montagne del fronte, ponti distrutti, città, paesi, officine, "le stesse immagini che possiamo trovare nelle pagine dei settimanali illustrati dell'epoca, immagini di una guerra che nemmeno qui appare in tutta la sua atrocità; fotografie ricordo che non diventano ancora documento".
Un terzo tipo è quello che documenta la guerra nei suoi aspetti più crudi e quindi più reali: i caduti in trincea, i feriti e i mutilati, le esecuzioni al fronte e tutto ciò che una guerra comporta, fame, disagi, paura, morte. Al soldato fotografo manca ancora quella coscienza sociale che gli permette di usare il mezzo fotografico come uno strumento di denuncia e di critica nei confronti della guerra e di chi ne è fautore. Pochi tra i soldati comprendevano, infatti, l'importanza che queste immagini avrebbero avuto nel testimoniare gli orrori del conflitto, tra questi mi pare utile ricordare lo scrittore Carlo Salsa, che nel suo libro Trincee: memorie di un fante arricchisce il suo scritto con immagini scattate al fronte durante i suoi quindici mesi di trincea sul Carso. Queste immagini nel loro crudo, agghiacciante realismo sono un'amara testimonianza degli orrori della vita (o della morte?) in trincea durante la Grande Guerra.
Come abbiamo visto all'inizio, tra le pubblicazioni che diffusero immagini della guerra in tutto il paese vi fu la ben nota opera dei fratelli Treves, gli stessi dell'illustrazione Italiana, intitolata La Guerra, uscita a dispense nelle librerie in diciotto volumi con centinaia di illustrazioni, carte militari e didascalie in più lingue. Il prezzo di ogni fascicolo era di tre Lire ed ogni numero era dedicato ad una specifica campagna o battaglia: La guerra in alta montagna, Il Carso, La battaglia tra Brenta e Adige e cosi via. Le foto venivano dalle raccolte del Reparto Fotografico del Regio Esercito, ed erano frutto del lavoro di professionisti della macchina fotografica, uno per tutti quel Luca Comerio di cui abbiamo parlato precedentemente, anche se il nome dei fotografi non viene mai menzionato. Questa pubblicazione, come tutte quelle ufficiali, obbedisce ad alcune regole fondamentali che riguardano le immagini del conflitto: non si devono vedere i morti italiani o i poveri corpi dilaniati, deve risultare chiara la capacità offensiva e l'organizzazione perfetta del nostro esercito, anche la bellezza dell'italica terra deve essere sempre sottolineata con inquadrature di vallate e di stupende catene montuose".
L'analisi dei vari fascicoli conferma che nel complesso la pubblicazione è saldamente, dal punto di vista fotografico, in mano al Comando Supremo che riesce a farne un esemplare strumento di propaganda, scegliendo immagini di una certa guerra e non della guerra nel suo complesso. Tuttavia come fa notare Settimelli, in alcune fotografie, in certi ritratti, in alcune vedute panoramiche di paesi distrutti, un attento lettore può cogliere verità che le immagini lasciano sfuggire nonostante tutto e tutti. Così abbiamo le fotografie dei rincalzi che aspettano di andare in prima linea, nei volti dei quali si può leggere non la gloriosa convinzione del solenne momento, ma una pacata rassegnazione e il desiderio di trascorrere forse gli ultimi momenti in maniera più tranquilla possibile, la tensione nei volti degli alpini che a tremila metri di quota devono trainare a spalla pezzi di artiglieria con la neve sino alle ginocchia, le desolate vedute del Carso con il terreno sconvolto dai bombardamenti, dove gli uomini nelle loro uniformi grigioverdi sono tutt'uno con il fango delle trincee. Tuttavia solo una lettura approfondita di queste immagini può restituirle al loro vero significato di documentazione di un evento bellico di tale portata, a prima vista l'impressione che se ne ricava è che in fondo la guerra non è quella gran tragedia che si pensa possa essere. Quindi "la pubblicazione dei fratelli Treves esce sconfitta ed umiliata, asservita al potere e quasi mai in grado di raccontare la guerra dei fanti e degli alpini massacrati a migliaia su tutti i fronti". Nonostante ciò si tratta di una delle poche opere fotografiche giunte fino a noi per testimoniare con le immagini il grande massacro che fu la prima guerra mondiale.

Un'altra categoria di fotografie che possiamo trovare sull'argomento è quella più tecnica dei rilevamenti fotografici delle zone di guerra fatti per scopi puramente tattici. Queste riprese servivano per documentare l'assetto del terreno o della zona che sarebbe stata al centro di possibili azioni di guerra. Abbiamo tutta una serie di paesaggi, stampati spesso a grande formato e montati in sequenza, che ci danno un'idea di come probabilmente anche i soldati vedevano le zone circostanti dalle loro postazioni in trincea. Queste immagini, data la staticità del soggetto che permetteva pose più lunghe e una maggiore precisione nell'inquadratura e nella ripresa, sono spesso di una nitidezza sbalorditiva, in cui tutti i particolari sono evidenziati per una conoscenza a distanza della zona scelta come obiettivo militare. Spesso montate in sequenza molte foto di montagna riportano indicazioni e appunti sui nomi e le altitudini delle cime riprese fornendo anche attualmente utili informazioni per conoscere meglio questi luoghi. Altopiani, valli e pianure sono state riprese con la stessa tecnica di montaggio, spostando di quel che bastava la macchina fotografica per non pregiudicare l'inquadratura finale, dandoci le stesse immagini che solo più tardi sarebbero state possibili con la creazione di obiettivi grandangolari con un ampio angolo di ripresa o addirittura con fotocamere panoramiche per riprese a 180 gradi.

Per concludere non possiamo far altro che essere riconoscenti verso questi fotografi che più o meno in buona fede e spesso a rischio della propria vita hanno ci hanno tramandato i frutti del loro lavoro, permettendoci di conoscere e di poterci fare un'idea, anche se sempre molto vaga rispetto alla dura realtà dell'epoca, di quell'immane tragedia che fu per l'Italia la prima guerra mondiale 1915-1918.


Bibliografia

A.Schwarz La guerra rappresentata, in rivista di storia e critica della fotografia, Torino 1981
A.Gilardi Creatività e informazione fotografica, in Storia dell'arte italiana, parte III, vol.II, Torino 1981
I.Zannier Storia della fotografia italiana
I.Zannier Storia e tecnica della fotografia, Bari 1982
A.Gilardi Storia sociale della fotografia, Milano 1976
C.Bertelli L'immagine fotografica 1845-1945, Torino 1972
A.A.V.V. L'Illustrazione Italiana, A.A.1915-16-17-18

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